Home in primo piano Bartolomeo Cesi Pittura del silenzio nell'età dei Carracci
Mara Generali intervista la curatrice dell'esposizione
Bartolomeo Cesi
Pittura del silenzio nell'età
dei Carracci
Sino al 22 febbraio 2026
Museo Civico Medievale | Lapidario
Via Alessandro Manzoni 4, Bologna
www.museibologna.it/medievale
Info e prenotazioni: musarteanticascuole@comune.bologna.it
Noto negli ambienti accademici, ma ancora poco conosciuto al grande pubblico, Bartolomeo Cesi è il protagonista di una mostra monografica – la prima ad essergli dedicata, curata da Vera Fortunati – che ne riscopre l’importante personalità. Oltre trenta opere, tra monumentali pale d’altare, dipinti, ritratti e disegni, ne focalizzano l’attività entro il panorama artistico bolognese tra Cinque e Seicento, durante l’episcopato del cardinale Gabriele Paleotti, e sotto al pontificato di Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, che, seppur con modalità diverse, sono allineati nel promuovere una “rigenerazione spirituale” della Chiesa Cattolica, trovando modelli di riferimento nella vitalità scientifica dello Studio universitario cittadino, e specificatamente nello scienziato Ulisse Aldrovandi, nello storico Carlo Sigonio, nel matematico e geografo Ignazio Danti.
Entro, dunque, un tale clima politico-religioso, Cesi si confronta con i coevi Carracci, dai quali sa distinguersi per la costruzione di un vocabolario espressivo originale, fatto di figure immobili e solenni, di colori squillanti, di paesaggi solitari in cui prevalgono effetti di sublimato naturalismo: una pittura alternativa a quella radicalmente innovativa dei Carracci, tesa allo studio diretto del naturale e del “vivo”. In effetti, la fase più felice della sua carriera si avvia con l’esordio dei Carracci: unico fra i tardo manieristi bolognesi, Cesi sa comprendere le novità della pala con il Crocifisso con i dolenti e santi (Santa Maria della Carità), pubblicata nel 1583 dal venticinquenne Annibale.
Se per quest’ultimo, e ancora più per Ludovico, il sacro si incarna nell’esistere terreno, per non dire quotidiano, di persone e ‘cose’, per Bartolomeo il ‘mistero’ si scopre nell’esperienza contemplativa – che esige silenzio e preghiera – praticata anche dai laici, ma soprattutto dalla devozione monastica. Nella pala con Cristo crocifisso e santi in San Martino Maggiore (1584-1585) già si delinea il futuro destino di Cesi, “pittore conventuale” (Francesco Arcangeli): la sua pittura, tra fedeltà alla più nobile tradizione accademica e l’incontro con il ‘vivo’ e il ‘vero’ carraccesco, si inoltra nello spazio insondabile e silenzioso dell’Assoluto mistico, proprio degli ordini religiosi con cui Cesi frequentemente lavora (benedettini, domenicani, certosini). L’apice della sua attività si raggiunge, tuttavia, sul 1590, nella pala per la cappella della famiglia Paleotti in San Giacomo Maggiore (Vergine con il Bambino in gloria venerata dai santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco), sottoposta per l’occasione a un delicato restauro.
Del tutto inedita appare l’armonia musicale di questo trasfigurato classicismo naturalista nel “valore fermo della luce” (Francesco Arcangeli), nei giochi sottili dell’ombra e della luce argentea mediati da Correggio e Federico Barocci. Non stupisce che il dipinto abbia destato l’ammirazione di Guido Reni, “putello ancora”, come scrive Carlo Cesare Malvasia (1678). A completamento del percorso della mostra, cui si è voluto conferire un carattere diffuso rendendo accessibili opere in chiese e altri luoghi cittadini, particolare rilievo assumono il nucleo presso la Pinacoteca nazionale di Bologna e la ricostruzione – grazie alla realtà virtuale – del ciclo affrescato nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel Palazzo dell’Archiginnasio, perduto in seguitoa un bombardamento nel 1944.La feconda sintonia tra il pittore “del silenzio” e l’ordine certosino si coglie, infine, nel complesso decorativo del coro della Certosa bolognese. Entro lo spazio riservato ai monaci, Cesi crea un teatro sacro a forte potenziale mistico, dove tre tele di inusuale e imponente grandezza visualizzano la Passione di Cristo (1597). Un’elevata qualità figurativa trasfigura la materia e il colore attraverso raffinatissimi passaggi di luci livide ed irreali, mentre in nicchie dipinte sulle pareti, beati e santi certosini a figura intera, assorti e silenti, rispecchiano l’abilità ritrattistica di Cesi.
Questo genere è documentato in mostra da alcuni rari dipinti. Insieme ad un gruppo di prove grafiche, provenienti da collezioni pubbliche e private, attestano l’eccellenza espressiva di un grande maestro.